Libera offerta.

Avanti e indietro lungo la spina dorsale del paese.
Morbida.
Ruvida a tratti.
Lenta, buia, scarsamente illuminata.
Presuntuosa imbelle.
Il furto di un telefono mi costringe a declinare nome, cognome, residenza.
Tu vuoi sapere chi sono?
Saperlo.
Sono un fiume che scorre verso il mare.
Un fiammifero.
Sono il padre dei padri dei loro figli.
Sono la distanza che unisce.
Sono il mio tempo.
Il binario che piega verso la strada e si infila nel tunnel: e all’uscita chissà.
Sono il cielo che è sopra di me.
Una pila ricaricabile.
Sono un mare di cazzate.
Un cubo di Rubik.
Una t-shirt che invecchia con me.
Sono parole senza distintivo.
Sono il sondaggio di me stesso.
Un attico in affitto.
Uno stormir di fronda.
Un camper.
Una sera di tanti anni fa.
Un anello largo.
Una curva parabolica in mezzo alla pianura.
Sono il guado di me stesso.
Il guano di me stesso.
Sono un guaio.
Un sottopassaggio.
Un gatto.
Un bolide a contatto con l’atmosfera.
Un ragno nel soffitto.
Sono le otto del mattino.
Un nastro trasportatore.
Una biografia.
Un dito nel culo.
Una mela in marcia.
Una ‘D’.
Anzi due.
Un circo.
Un pensiero migratorio.
Un articolo inutile.
Un’offerta libera.

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Uelì uelà a Bari un pagliaccio ci sta.

Si vede che non gli basta legittimare l’uso della forza in Val Susa.
Non gli basta plaudire alle lettere minatorie di stampo mafioso contro i PM.
Non gli basta leccare il culo a personaggi quanto meno equivoci come don Verzè.
Non è sufficiente trovare scuse per legittimazioni malaffaristiche come lo scandalo della malsanità pugliese.
Come le scimmie, gli appartenti al SEL niente vedono, niente guardano, niente dicono.
Adesso fanno monumenti funebri all’Henry Ford dei nostri tempi.
Quello Steve Jobs che predicava libertà e iniziativa, razzolando sfruttamento e suicidi.
Che un i-phone possa piacere persino a un compagno, lo capisco.
Piace anche a me.
Che piaccia il rifondatore di un modello produttivo peggiore di quello di Henry Ford, per chi si autodefinisce di sinistra, è un po’ meno comprensibile.
Che addirittura lo si compianga come un compagno di partito è osceno.
Ma si vede che la ‘rete di amicizie e parenti’ di Vendola neanche legge.
È tutto qui: voglio dire, non in un blog inaccessibile, ma in uno dei più seguiti della rete, quella che a loro piace tanto: il blog  wuming.
Invece i ‘compagni’ della sede romana del SEL fanno manifesti a lutto.
Ciao Steve, dicono.
Mischiando il loro simbolo a quello della Apple.
E fanno bene.
Stessa pasta in fondo: chiacchiere e distintivo.
Vendola in un comunicato ufficiale prende le distanze.
Ma anche se prende le distanze, quella è la sua mentalità frattocchiana.
Stalinista e becera: lusinghiera solo per il suo ego e i suoi beneficiati compagnucci seguaci di Beria.
Dovrebbe prendere le distanze da se stesso, allora sì lo applaudiremmo.
E ritirarsi come ha promesso.
Le contestazioni estive di Genova non gli sono bastate?
Di veltronucci e dalemini ne abbiamo piene le tasche da tempo immemore.
Dice che dovremmo chiamarci amici anziché compagni: ecco la svolta.
Non sta mica bene.
Fuori dai piedi.

Scusi, da che parte per l’insurrezione?

  Approfitto di un articolo apparso oggi su coreonline per dire un paio di cose a proposito della manifestazione del 15 ottobre a Roma, giornata alla quale siamo tutti cortesemente invitati a partecipare se alle chiacchiere da web volessimo far seguire qualche bel gesto, di quelli che lasciano i segni e li lasciano a lungo.
Ed è proprio sulla natura di questi bei gesti che varrebbe la pena fare una riflessione.
Io sono un gatto e sopravvivo seguendo l’istinto predatorio.
In un mondo popolato da cani da guardia, la prudenza è virtù, non viltà.
E il fiuto un’arma tagliente.
Nell’articolo riportato sopra, si fanno i conti con le antiche diffidenze fra gruppi di ‘insorgenti’ (passatemi il termine, io credo ancora alla buona fede di tutti), il machismo dominante, l’ostentazione di muscoli atrofizzati, gli sguardi duri, il curriculum militante e il guado.
Questo maledetto guado culturale che ancora non si vuole oltrepassare: che riguarda un problema psicoribelle di tutti.

Assunti:

a)    Io ho verità e ragione (retaggio monoteista barbaro che ha devastato la nostra antica nous o mens o mentalità politeista che dir si voglia): da ciò ne sono sempre scaturiti scontri, divisioni, lotte fratricide e inevitabilmente sconfitte.

b)    Meglio incatenati che aperti alle idee del ‘cugino che sbaglia’: vogliamo parlare della secolare tendenza della famiglia Ribelle alla separazione e alla disunità? Guardatevi Brian di Nazareth dei Monty Pithon e facciamo prima.

c)    Esiste un solo terreno di scontro: quello imposto dal nemico: quello del confronto sull’uso della forza (e già che è imposto dal nemico dovrebbe far riflettere moltissimo).

E però la rabbia è tanta, è legittima ed è diffusa. E il palazzo va sì preso.
Palazzo che oggi tuttavia (vale la pena solo ricordarlo per i più distratti) non è un luogo fisico dove s’accentra il Potere, ma è un sistema tanto influente nelle nostre vite quanto astratto e metafisico: il debito che si contrae con chi stampa denaro: perché solo qui risiede il problema principale (principale, non unico) del suicidio capitalista che trascina con sé tutti: gli stampatori di banconote fasulle: banche e banchieri che si mangiano i paesi e i loro popoli.
Per prendere questo palazzo metafisico, c’è chi ripropone strumenti a mio avviso antichi e obsoleti.
Leggevo ad esempio questo articolo apparso su looponline (bellissima rivista) di Franco Piperno, che tende ad esaltare la bellezza ritrovata del bel gesto all’assalto dei Palazzi d’Inverno da riconquistare con il sangue e il fuoco purificatore.
Però c’è un problema.
E il problema purtroppo non è di lana caprina.
È un problema reale con il quale chiunque voglia insorgere contro questo sistema liberal-omicida deve prima o poi scontrarsi e alla fine soccombere.
E lo pongo con una semplice domanda, facile facile, stupida stupida: quanti piloti di elicottero da combattimento conoscete disposti a insorgere?
Io personalmente nessuno.
Intendo dire che ottomila anni fa, quando ancora esisteva la leva militare e tanti compagni andavano a fare il soldato e imparavano a caricare i cannoni, forse si sarebbe potuto persino immaginare di rivolgerli contro Bava Beccaris e cambiare il corso della storia: per quanto, pur provandoci, non ci si è riusciti.
Ma oggi?
Può un sistema così spietato e omicida soccombere alle pietre? Ai bastoni? E foss’anche alle pistole e ai fucili?
Ne faccio una questione di natura tattica. In primis.
E in secundis, molto più importante a mio avviso: ma ne vogliamo fare anche una questione di natura strategica?
Ma che Ordine Nuovo si vuole fondare nel 2011 con tutte le belle parole d’ordine che ci diamo, intelligenti e precise, cioè risolutive e lucide, se non abbattiamo a colpi di pensiero il cardine stesso su cui si fonda invece il Vecchio Ordine assassino?
E il cardine del sistema è la violenza, signori: la violenza.
Che sia guerra, polizia, lacrimogeno, morte sul lavoro, debito pubblico, profitto, speculazione finanziaria, dittatura di minoranza o di maggioranza, stupro, pedofilia, violenza domestica, cassa integrazione, precariato, licenziamento, mutuo da pagare, Equitalia, violenza sui minori, ingiustizia, criminalità, malaffare: il comune denominatore è la violenza.
Tout court.
Questo è un ragionamento banale, lo condividiamo tutti.
E allora: perché non trarne le logiche conseguenze sia da un punto di vista tattico che strategico?
Bandire la violenza dalle nostre vite in ogni sua manifestazione è l’unico atto veramente rivoluzionario e liberatorio che possa chiudere strade (quelle del nemico) e aprire vie (le nostre).
Ma occorrono palle di granito per farlo.
Perché la rabbia è tanta ed è legittima.
Ma finché la incanaleremo verso lo stereotipo violento (anche se a ragione) saremo solo comparse di un teatrino gattopardesco.
Questa è la novità: riconoscerci e accettarci e ascoltarci nelle nostre differenze: questo porta all’Unità verso l’Ordine Nuovo.
Bandire dalla nostra mente la violenza (anche nei rapporti personali e psicologici inter cives: cioè a dire anche nelle parole, negli atteggiamenti, persino nelle stupide liti da traffico) come s’è bandita la schiavitù.
Questa credo sia l’insurrezione, oggi.
Ribellarsi a questo: al bastone della violenza che ci tiene legati: al perno, all’anello della catena del sistema: la violenza.
Comincio io per primo: forse sbaglio, non so se questo ragionamento contiene in sé la verità.
Ma non vale la pena ragionarci e percorrerla?
Abbiamo forse altre strade che non siano state già battute e che non abbiano portato alla sconfitta?
Secondo Arianna, sedicenne indignata di Barcellona, vale la pena provarci.
E dato che il mondo è più suo che mio, per una volta il vecchio seguirà la ragazza.
Come dice la mia gatta del cuore: cambiare strada è faticoso.
Ma è l’unica cosa sensata da fare, quando la strada porta al baratro.

Ps
Resta da capire come sarebbe organizzato questo Nuovo Ordine una volta superata la fase insurrezionale.
Ma questo è dibattito aperto, dinamica vivente ed esperimento cosmico.

Drrriiinnn! E Silvienstein si risvegliò con un forte cerchio alla minchia.

“Si! Può! Fare!!!!!”.

L’idea, balenata come un lampo nella notte, attraversò la mente del ricercatore da anni impegnato a trovare la formula su come arrivare a fine mese.
– Invertendo totalmente gli impulsi nervosi che dal cervello del paziente passano direttamente al pene, invertendoli dicevo può darsi che il pene ridia stimoli e impulsi al cervello, facendogli accendere quei pochi neuroni rimasti!
– Ma è geniale – rispose il bidello che con lui divideva i 20 metri quadrati pagati in nero alla periferia di Roma – così non avremo un cazzetto alla testa del governo, ma daremo una testa al quel cazzo di governo.
– Già! Le idee migliori gli sono sempre state ispirate dai testicoli. Bene. E ora che questi testicoli siano messi al servizio del paese anziché di quattro sgallettate.

Capitò così che alle sei di mattina, i pochi che aspettavano il primo autobus dalle parti de La Sapienza videro due uomini correre con un pacco di svolazzanti appunti verso il collettivo studentesco. Le loro facce erano sconvolte ed eccitate.

“Risvegliare il cervello di Berlusconi collegandolo direttamente al suo cazzo? Ma vi rendete conto di quel che dite?”
“Assolutamente. È possibile. Anche probabile. E provarci non costa niente”.
“Ok. Mozione approvata. Diamogli la sveglia”.

Il mostro giaceva sulla barella. Tutto era pronto per l’esperimento del secolo.
Due particolari agghiaccianti riempivano di sbigottimento il laboratorio.
Erano evidenti segni di rigor mortis: il sorriso stampato in faccia e quel piccolo, buffo rigonfiamento del pantalone all’altezza della patta.

“State indietro. Pronti? Svegliaaaa!!!!”.

Secondo il rapporto stilato dalla commissione scientifica, l’esperimento si rivelò un successo.
Il morto si rianimò e tornò in vita.
Ebbe tuttavia qualche iniziale difficoltà psicomotoria.
Pare che la prima parola pronunciata sia stata: “Bungaaaa!”.

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Gli indignados di regime che poverini soffrono il bavaglio

Giulia Innocenzi sul Il Fatto Quotidiano si chiede perché sono solo 4 i gatti che manifestano contro la cosiddetta Legge Bavaglio.
I motivi possono essere tanti, io che sono un gatto do il mio.
Può essere che la cosiddetta società civile, strattonata per la giacchetta solo quando fa comodo, forse è stanca delle continue richieste di petizioni on-line degli ‘eroi della stampa’.
O meglio. Può essere che tanta società civile s’è stancata di manganelli, arresti, denunce e informazione pilotata e squadrista.
E non mi riferisco all’informazione cosiddetta di regime.
Ma all’informazione sedicente libera e libertaria.
Parlo di Repubblica. Di Stampa. Di Corriere della Sera e TG3. E vario bla bla bla spiccio.
Su questi giornali abbiamo spulciato nelle mutande di Berlusconi, ma non una parola sulle ragioni dei referendum votati lo scorso luglio.
Abbiamo seguito le scollature di Pippa, ma niente sulla Val Susa che non fosse velina di Questura.
Un esempio?
Due donne a Torino hanno fatto 15 giorni di galera per niente.
Nulla, nix, niente.
La loro unica colpa è stata difendere il loro territorio, anzi l’Italia intera, dallo scempio della TAV.
Arrestate perché trovate in possesso di una maschera antigas e pasticche di malox per difendersi dai malori provocati dai gas lacrimogeni.
A queste ragazze non è stato messo un bavaglio. Sono state messe le manette.
Dei bambini sono stati privati della loro mamma per nulla.
Nell’indifferenza più totale degli indignati di regime.
Che dico indifferenza? Complicità. Appiattimento criminale alla Ragion di Stato.
E che fatica ogni qual volta la tanto invocata società civile tenta di sfondare il muro d’omertà di questa stampa spesso agli ordini di Confindustria Rossa!
La cosiddetta Società Civile lotta da sola: senza giornalisti, senza quotidiani, senza sponde che non siano associazioni, comitati, liberi cittadini che attivano muscoli e cervello in maniera del tutto autonoma.
E lo vedremo già il prossimo 15 ottobre, a Roma.
Quando chi parteciperà alla manifestazione verrà bollato nuovamente come violento, sfascista o meglio ancora: black blok: fa molto colore, anche se nero.
Diceva una vecchia canzone popolare: voi gente per bene che pace cercate, la pace per far quello che voi volete…
Eppure.
Eppure sono convinto che se chiedessimo a Marianna Valenti ed Elena Garberi, che voi indignati di regime avete messo in galera, mentre con la destra scrivete e con la sinistra v’ingozzate di tortine al caviale, ebbene sono convinto che Marianna ed Elena scenderebbero ancora in piazza per difendere la vostra libertà.
Ma non fatevi pie illusioni.
Qua nessuno è fesso: si difende la vostra libertà fatta di privilegi per difendere la nostra: che è fatta di principi e pane.
C’è un’Italia dalla voce stridula che soffre il bavaglio.
E un’Italia che da tempo non ha voce e  soffre il manganello.
La domanda che ci si pone è: in quale battaglia libertaria era impegnata la vostra voce quando la fortuna ci correva appresso col bastone?(cit. Assalti Frontali).
Qualunque sia la risposta, auguro una buona giornata alla vostra coscienza.

Musica adesso.

Bondi, ragazzo di bottega aperta.

Ieri il compagno Vladimir Il’ič Della Valle ha fatto impallidire mezzo PD e due terzi del sindacalismo italiano.
Durante la trasmissione Ballarò ha addirittura annunciato che, in fondo in fondo, anche a voler considerare la sua professione d’imprenditore, bé tutto sommato preferisce avere dei lavoratori che vivono con fiducia la propria esistenza essendo tutelati nei diritti e nel salario piuttosto che inseguire la mobilità e il precariato a tutti i costi.
Populismo? Può darsi.
Può darsi che Della Valle voglia darsi alla politica come ha provato a insinuare Bondi, ospite anch’egli di Ballarò.
Ma può anche darsi che Della Valle rappresenti uno di quei rarissimi casi in cui intelligenza e imprenditoria italiana si sfiorano, si toccano, si annusano, si palpano per un momento, si fanno una sveltina e poi arrivederci e grazie: intelligenza non è sinonimo di furberia, avidità o lucida malvagità.
Non esiste un’intelligenza volta al bene e una al male.
L’intelligenza è volta al bene.
Il Genio del male invece è un’altra cosa: è intuizione meschina, calcolo approssimativo, problemi adolescenziali non risolti, mamma e papà mi picchiavano e nei casi italici più estremi: ce l’ho piccolo.
Quindi è possibile che un imprenditore, che può essere cosa diversa dal malato mentale altrimenti detto capitalista, arrivi persino a intuire che un uomo sicuro del suo stipendio e magari toccato dalla grazia di una buona busta paga, alla faccia dell’avidità del padrone, sia anche disposto a passare mezza giornata nel centro commerciale più vicino e spendere.
Logico, semplice e lungimirante: come dire che due più due fa quattro (e non sempre otto come vorrebbero i disturbati che si occupano di moltiplicare debito e denaro all’infinito).
Mentre mi attardavo su questi pensieri, direi anche banali, direi anche semplici per tutti tranne che per gli utili idioti del PD ormai tutti tavvisti ortodossi che manco la Santa Inquisizione, arriva fulminante la battuta di Della Valle rivolta a un attonito Bondi, in vena di contraddizioni alla Sgarbi.
“Sulla qualità di un prodotto parlo con il capo dell’azienda, non con un ragazzo di bottega”.
Il cracker che avevo in bocca è esploso sullo schermo del mio mac (sono un ragazzo all’antica, guardo ormai tutto sul computer).
Non tanto per la risata irrefrenabile e la faccia compunta del povero ragazzo di bottega.
Quanto per il mio ego.
“Ecco il padrone che è in lui”, pensavo di Della Valle.
E che padrone!
Altro che populismo, altro che politica: questo s’è fatto i conti.
Avevo ragione io.
Ma tutto questo è durato lo spazio di un momento.
Subito dopo la mia mente ha cominciato a divagare sulla bottega di cui Bondi è ragazzo.
“Garçon, vai a prendere in magazzino il doppio vibratore roteante che la signora ministra ha ordinato la settimana scorsa, muoviti”.
“Che misura, capo?”
“Cribbio! Extra large lo sai! Lo scusi signora. È qui da 20 anni e ancora di cazzi non ha capito un cazzo. Che faccio, glielo incarto o lo indossa subito?”.

 

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L’Italia uccide cinque cessi di donne.

Oggi è un martedì di merda, diciamolo subito, sgomberiamo il campo da ogni equivoco.
E’ anche un martedì virile e italico.
Di quelli che piacciono tanto a quei gorilloni tutti ormoni che ci governano.
Cinque donne sono rimaste sepolte dal crollo della palazzina di Barletta.
Una aveva solo quattordici anni, si chiamava Maria.
Lavoravano. Non si stavano preparando per andare a fare un servizietto a qualche assessorotto o a un imprenditore da quattro soldi.
Uno di questi piccoli meschini, piccoli, stupidi idioti che affollano le nostre vite come pidocchi, come insulsi parassiti.
Le quattro donne morte a Barletta sono ‘i cessi che dovrebbero restare a casa’, secondo le parole di quella cosa non meglio identificata di origine barese che ha la fortuna di riempire di prostitute la casa di un mafioso meneghino.
Uno di questi cessi è una bambina.
E a casa ci sono rimaste.
Solo che gli è venuta giù.
Ma si sa, un crollo è un crollo, chi poteva prevederlo?
Tutti.
Avevano abbattuto la casa adiacente.
E nella palazzina si erano aperte delle crepe.
Gli abitanti della casa crollata avevano avvisato chi di dovere, ma nessuno ha pensato bene di  intervenire.
E in cinque, per ora, sono rimaste lì.
Qualche ora dopo Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati assolti dall’accusa di aver ucciso Meredith.
“Vergogna” hanno gridato fuori. “Evviva giustizia è fatta” hanno gridato avvocati difensori, giornalisti e il dipartimento di stato americano.
Meredith è stata relegata al margine: una comparsa.
Non è bella e perversa (e innocente) come Amanda.
Ed è colpevole di essere morta.
Peccato per lei, non potrà mai scrivere un libro sulla sua vicenda né essere applaudita per averla fatta franca né essere impiccata come Sacco e Vanzetti.
Un cesso anche lei.
Fatevi belle signore.
Almeno fino al prossimo funerale.