Forza Roma!

Ferita, umiliata, circondata.
Ricordati chi sei stata.
E non duemila anni fa.
Ricordati l’umanità.
Quando accoglievi veneti, siciliani, calabresi e sardi.
Ricordati quando nelle sale fumose del Policlinico hai inventato la Sanità Pubblica grazie alle lotte dei lavoratori e ne hai fatto dono all’Italia intera.
Stuprata da questi politici inetti e barbari.
Ricordati Petroselli.
Ricordati quando alle tue porte è nata la Resistenza in Italia.
Ricorda San Lorenzo che mai s’arrese.
Passa in rassegna tutti i volti di chi t’ha amato e t’ha fatto grande.
Riscopri l’amore che t’ha fatto bella al mondo.
Ricorda il coraggio e l’unità.
Ritorna sulla strada di quartiere.
Scendi in piazza.
Alza la testa.
Gonfia il petto.
Cives.
Riprenditi la città.
Caccia auto blu e malfattori.
Rispondi all’odio, amore su amore.
Alza lo sguardo.
Sii Roma!

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Allargatevi!!!

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A me e Chiara farebbe piacere che ci seguiste.

Mi spiace, anche oggi non si seppellisce nessuno.

Ora ti spiego perché oggi non posso aiutarti.
Vedi, queste persone hanno tirato fuori il meglio di me.
E non solo di me. Ma anche di tutti gli amici del bar.
Pensa un po’.
Pippo una mattina che si presenta davanti al Comune con un somaro!
L’ha portato fino all’ingresso, l’ha legato al cancello, gli ha messo un po’ di fieno davanti alla bocca per farlo stare tranquillo e poi s’è messo a strillare: “Taglia taglia c’è un sindaco che raglia! Taglia taglia c’è un sindaco che raglia!”.
Ed è rimasto lì tutta la sera e il giorno dopo. E la sera dopo il giorno dopo!
Voglio dire: Pippo il massimo della protesta che aveva prodotto in tutta la sua vita era stato quando Andrea, così di punto in bianco, aveva deciso di soprassedere all’acquisto di Tuttosport per il bar.
La Gazzetta era più che sufficiente, secondo Andrea.
Per Pippo era un’evidente discriminazione nei confronti della sua fede juventina e questo non lo poteva tollerare. Ma la sua protesta s’era limitata a un poderoso: “E che minchia mi significa, Andrè”.
Invece adesso è lì che lega petardi al somaro.
Li accenderà, povera bestia, per farla correre in tutto il paese. “Si sveglieranno prima o poi questi morti”.
Anche Andrea ha messo su la sua forma di protesta.
Dà il caffè gratis a tutti quelli che, entrando nel bar, esclamano a voce alta: il sindaco è un grandissimo cornuto!
Un successo straordinario che gli ha riempito il locale.
Ci perde un po’ di caffè, ma ha guadagnato l’ira di Dio in brioche.
E anzi ora sta pensando a nuove clamorose promozioni.
Tipo, dato che è un ateo impenitente, sta pensando di fare uno sconto sulla rosticceria se urli che Dio non esiste.
Franca, sua moglie, ha deciso che non gliela dà per un paio di mesi.
“Ma perché? Che protesta è? Io che c’entro?”
“Prima di tutto sei maschio e paghi in quanto categoria. E poi così mantieni alto il livello di incazzatura e non molli”.
Non sono mai stati così uniti come coppia. Decisi ad andare avanti, fino in fondo.
Il fratello di Franca, Antonio, cliente e scroccone storico del bar, s’è unito alla protesta smettendo di lavarsi.
Non si lava da un mese e passa, emana una puzza intollerabile, ma siccome è il miglior tecnico di televisori e antenne paraboliche e siccome tutti in paese hanno la parabolica e siccome nel paese c’è sempre vento perché sta su un cucuzzolo, devono chiamarlo tutti per vedere le minchiate della TV, come una droga, peggio di una droga.
E lui ci va che puzza da vomitare e tutti gli dicono lavati! Ma lui non si lava e dice: mi laverò solo quando il sole avrà seccato quel grandissimo pezzo di sterco del sindaco!
E non c’è verso.
Insomma il bar è diventato una specie di centro sociale, un focolaio di rivolta, una cosa tinta.
Tanto che persino il maresciallo la settimana scorsa è entrato per fare due chiacchiere e dire che ora basta, era ora di darsi un po’ una regolata.
Ma sul più bello del discorso è arrivata la figlia del maresciallo che non sapeva che il papà maresciallo era nel bar. È entrata bella tranquilla e felice e con tono scherzoso ha detto ad alta voce: w le corna del sindaco, un caffè!
Il maresciallo è diventato prima bianco e poi rosso.
Ma Andrea le ha fatto subito il caffè, glielo ha fatto eccome alla figlia. E manco s’è fatto pagare. Il maresciallo è andato via che gli giravano furiosamente. Però secondo me l’ha capito che la figlia sotto sotto c’ha i coglioni quadrati.
E poi abbiamo tutti ragione.
Perché se tu avesti visto quel che abbiamo visto noi, anche tu avresti detto: eh no! Ora basta!
È successo che noi quella mattina eravamo al bar come al solito. Per il caffè delle undici. E le ruspe facevano un casino perché stavano tagliando i tigli. Per il parcheggio del centro commerciale.
A quel punto è passata la 4° A con le maestre. Stavano andando dalla palestra al plesso scolastico. I bambini hanno tirato fuori dei cartelli e c’era scritto Fermate le ruspe, Salvate la vita degli alberi, Più verde per noi bambini, Sì tigli no tagli.
E i bambini e le maestre si sono messi davanti ai tigli per non farli tagliare.
Il sindaco, seduto nel suo studio dall’altra parte della piazza, ha sentito tutto questo baccano. Cioè: ha sentito che il baccano delle ruspe non c’era più e però sentiva dei bambini cantare. Allora questa cosa deve averlo seccato, perché è sceso giù ed è andato dritto filato dalle maestre.
“E che succede qui, e non si può, e però così allora ognuno fa quel che vuole…”.
Insomma un battibecco con le maestre e noi a guardare.
I bambini erano lì che cercavano di dire al sindaco che volevano bene agli alberi.
Allora il sindaco dice: a me non importa di quel che dite perché non capite ancora.
Federico, il figlio del messo comunale e della maestra della 5 A, scesa anche lei a dar man forte alle colleghe, allora ha detto, ma del tutto ingenuamente come farebbe un bambino, anzi come fa un bambino: e a noi non ci importa un cavolo di quello che dici tu.
Allora il sindaco ha detto: che bell’educazione che ti danno i tuoi genitori. Si devono vergognare. Come genitori fanno schifo.
E Federico stava per piangere.
E la sua mamma, che era lì, ha pensato:
Ma come? Una si sveglia la mattina e fa la colazione a tutti: e vestili e lavali e vai a scuola e insegna per due euro e torna a casa a cucinare, lavare, correggere i compiti e mi devo vergognare? E faccio schifo?
Questo ha pensato la mamma di Federico in meno di un secondo. E siccome le veniva da piangere anche a lei e siccome aveva un bicchiere di succo di frutta in mano, glielo ha tirato in faccia al sindaco.
E il bel vestito del sindaco s’è macchiato tanto che lui ha esclamato: stronza!
Michele, il messo comunale, papà di Federico e marito della maestra, ha mollato la pizzetta che stava mangiando al tavolino è andato dal sindaco e gli ha dato una sberla, ma una sberla… una sberla che nessuno gli aveva mai dato prima e che si meritava da almeno 50 anni!
I guardaspalle del sindaco sono saltati addosso a Michele, ovviamente.
L’hanno picchiato, trascinato per terra davanti a figlio e moglie, portato in caserma, denunciato e sospeso dal lavoro.
Dico meglio: un sindaco l’ha denunciato e sospeso dal lavoro, un pretore lo ha indagato, un vigilantes l’ha picchiato, un carabiniere l’ha interrogato, un prete lo ha redarguito e minacciato, un paese intero ha detto e a me che me ne fotte?
Ecco perché ti dico che queste persone, il sindaco il carabiniere il gorilla il prete il paese e anche tu, ci avete fatto migliori a noi del bar.
Perché noi non la smettiamo con la nostra protesta finché non lasciano in pace Michele e giacché ci siamo anche i tigli.
E siccome il sindaco insiste, non molliamo finché non se ne va lui e tutta la cricca sua. Ci siamo stufati. Ognuno qua fa la sua protesta. A modo suo.
Io faccio il becchino.
E finché non se ne va il sindaco, nonno al cimitero te lo seppellisci da solo, mi spiace.

Tu italiano traditore, fucilato alla schiena da una manovra

I popoli non contano più niente.
E questa non è una novità.
Già i ladri di apparato stanno prendendo le misure per affidare il governo lacrime e sangue a un bancario, come in Grecia.
Un governo probabilmente Monti sostenuto da tutti, tranne che da Berlusconi, che potra così leccarsi le ferite e prepararsi allo scontro finale, quando le misure emergenziali saranno state varate lacrime e sangue urbis et orbis e il demente potrà fare la parte del santo.
Ma a noi piacciono tanto i santi.
Siamo un popolo di santi: Berlusconi, D’Alema, Casini, Pannella, Papa.
Un popolo di navigatori: tutti quei cervelli, che poi se non lo sapeste sono anche cari amici, che oggi non abitano più qui: e io spesso ne sento la mancanza: Rudy, Fabio e tanti altri, ciao come state?
Soprattutto siamo un popolo di traditori.
Già ai tempi del Risorgimento: quando gli imprenditori del sud rapinarono le ricchezze dei popoli del nord.
E come scordare  la classe dirigente italiana che pregava in ginocchio il popolo di non immischiarsi nelle vicende della prima guerra mondiale?
E quando, sempre il popolo, tradì a Caporetto, vogliamo dimenticare le fuciliazioni di massa di generali e colonelli?
Il popolo tradì quando rubò la Fiat ai suoi legittimi proprietari e inventori, per consegnarla alla famiglia più popolare dell’epoca: gli Agnelli.
I quali poi tradirono la classe dirigente finanziando il regime popolare di Benito Mussolini.
A proposito.
Che smacco per i nostri re, parlamentari, alti gradi dell’esercito quando il popolo festante diede via libera alle camice nere in marcia su Roma.
Li tradimmo anche allora.
E li tradimmo in Etiopia, quando restammo sordi alle loro invocazioni umanitarie: “non si usa il gas sulla povera gente!”
E poi in Albania, in Grecia, in Russia.
In Russia! Un tradimento bello e buono.
Mandammo i nostri generali, i nostri bravi ufficiali, mandammo il fior fiore della classe dirigente italiana a combattere in brache di tela.
E li abbandonammo al loro destino, a morir di freddo.
E l’8 settembre?
Quando il popolo scappò da Roma lasciando il re a vedersela con tutto l’esercito germanico incazzato come un pitone?
Ma poi per fortuna seppero riscattarsi sulle montagne, scarpe rotte andarono a riscattar l’onor d’Italia.
E mentre combattevano lassù, i nostri dirigenti, i nostri imprenditori, i nostri condottieri, il popolo già tramava nell’ombra, a valle.
Già distribuiva posti, salvava carriere, ripuliva poltrone, nascondeva complicità e colpevolezze.
E dopo?
Dopo il popolo tradì a Portella della Ginestra.
A piazza Fontana.
A Bologna.
Sparò il razzo addosso a quel povero aereo da Bologna a Palermo.
Coprì gli assassini della Uno bianca.
Lasciò andare i maledetti assassini del Cermis.
Costruì dighe in luoghi assurdi.
Piazzò le bombe a Capaci e in via D’Amelio.

Ma adesso è giunta la tua ora, popolo infame e traditore.
La Giustizia Bancaria ti ha raggiunto e catturato.
E si prepara a fucilarti alla schiena come meriti con una manovra tutta per te.
A comandare il plotone, il Presidente in persona, quale onore.
Vuoi una sigaretta?
L’ultimo desiderio?
Puntat. Mirat. Votat.

Piccole fiabe senza importanza

Una volta il toro alla corrida si ruppe un corno.
Poverino il toreador non poteva più toreare!
Così entrarono le mucche per portare via il toro.
Da quel giorno i tori si rompono le corna per andare con le mucche.

C’era un cavallo di pezza bellissimo, tutto colorato.
Girava il mondo perché voleva vederlo tutto.
In ogni paese comprava un pezzo di stoffa nuovo e se lo cuciva addosso.
Restò bello e colorato. Ma tornò molto cambiato.

Una piccola stella si lamentava delle sue dimensioni.
Diceva che era piccola in confronto ai pianeti più sperduti.
Ma che sollievo quando durante una tempesta solare,
una bimba la prese nella mano e la tenne al sicuro.

In una foresta di parole e colori
le foglie soffiano storie che arrivano da lontano.
Sono viaggi, avventure e cose così.
Giochi, risate, rischi e persino accidenti.
Anche perdersi è un gioco.
Ci si vede nel bosco. Sotto il grande albero.

Il Caffésauro è un tipo molto sveglio.
Non dorme mai. Ed è anche molto nervoso.
Lo infastidisce soprattutto il Savoiardosauro.
Perché è molto invadente.
Si presenta ogni mattina per fare colazione.
Prima fa il duro: eeehhh ma qui comando io!
Poi dopo un po’ si scioglie dalla paura.

Il Savoiardosauro è una pastafrolla.

Il Supermegagigaterribilesauro mangia tutti!
Ha un corpo piccolissimo e una bocca enorme.
Così enorme, ma così enorme che dorme dentro la sua bocca.
Non chiedetemi come fa.
Ha paura solo del temibilissimo Minidolcepiccolotenerosauro.
Così piccolo, ma così piccolo che si infila nei denti
del  Supermegagigaterribilesauro e da lì sferra i suoi attacchi.
Allora il Supermegagigaterribilesauro non ha che una speranza.
Strappare, dalla montagna più alta del mondo, l’albero più alto del mondo.
E con quello spazzare via i Minidolcepiccolotenerosauro dai suoi denti.

Mezzogiorno di fuoco.
Io faccio più paura! – disse il Maestrosauro.
Io faccio più schifo! – replicò il Cavolfioresauro.
Io urlo di più! – insistette il Maestrosauro.
Io puzzo di più! – ribatté il Cavolofioresauro.
Io faccio zittire tutti! – incalzò il Maestrosauro.
Io faccio vomitare tutti! – concluse  il Cavolfioresauro.
E se ne andò, trionfante. L’aveva scampata ancora una volta.
Anche quel giorno nessuno lo avrebbe mangiato.

Neanche il famelico Maestrosauro.

Er Pelliccia espiatorio.

Abbiamo sentito ogni opinione.
Anche Sid Micius ne ha data una.
Che il cosiddetto Blocco Nero abbia innanzitutto aggredito il corteo è un dato di fatto.
Si può litigare, ci si può scazzare, ci si può anche mandare affanculo.
E poi anche ritrovare le ragioni di uno stare insieme, nell’unità degli interessi.
Ma che tutto quello che fa schifo in questo paese, Blocco Nero compreso, debba ricadere sulle spalle di nove ragazzi giovanissimi, che abbiano partecipato o meno agli scontri, che siano stati più o meno consapevoli nell’aver svolto una funzione reazionaria rispetto al movimento, è infame.
Vorrei ricordare quanto segue: le loro responsabilità sono tutte da appurare, essendo il nostro sistema giudiziario ancora, per fortuna, imperniato sulla responsabilità penale individuale.
Invece sembra che si voglia far pagare a loro tutte le colpe del  nostro sistema malato.
Sembra che non abbiano responsabilità individuali da accertare, ma che li si voglia caricare di tutta una cattiva coscienza: compresa quella di Sid Micius che si schiera ancora dalla parte della lotta non violenta.
Ma proprio perché non violento, Sid Micius vuole affermare con forza che il carcere, la gogna mediatica, lo sfottò, l’indice puntato, il colpo di spugna, il linciaggio è pratica violenta, schifosa e aberrante.
Ho scritto che il Blocco Nero è il padrone di cui faremo a meno.
Ma il Blocco Nero è anche la nostra peggiore coscienza che si manifesta.
Non ce ne liberiamo con la vendetta.
L’estintore che ha lanciato Er Pelliccia è stato fatto volare anche da chi ha abbassato la testa quando gli operai morivano bruciati in fabbrica.
O Marchionne ricattava i lavoratori.
O si tagliavano gli asili. Gli stipendi. Le pensioni.
Quando ci si rifiutava di comprendere il disagio e la rabbia di una generazione che cresce senza speranza.
Ora si vogliono prendere nove ragazzi e metterli in croce.
A parte la stupidità e la cecità del fatto in sé: da questi nove ne nasceranno novecento: a parte questo nessuno può lavarsi la coscienza con un lavacro del genere.
Non è giusto. Non è una soluzione. Non è umano.
Accertare se è il caso di accertare, ma ci auguriamo che le prove siano valutate come quelle che hanno portato alla scarcerazione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito.
Che non si faccia Ingiustizia Sociale.
E nel frattempo che i fatti a loro contestati siano accertati, che vengano liberati, che gli vengano concessi almeno i domiciliari.
Resistenza aggravata a pubblico ufficiale non è un reato che può essere reiterato stando a casa.
Qui si cerca la vendetta.
Si cerca di ripulire la coscienza di falliti che hanno condotto per mano questi ragazzi al fallimento, sempre che siano colpevoli del reato a loro contestato.
Questo è un paese che promuove a ministro degli interni chi s’è macchiato del reato di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, senza fare neanche un giorno di galera, ma solo perché appartenente a una casta infame, anzi fascista.
Il resto sono chiacchiere buoni a farci sentire migliori ma anche a farci disertare la manifestazione di domenica in Val Susa con lo spettro della repressione.
In carcere restano Giovanni Caputi, 22 anni ; Giuseppe Ciurleo, 20 anni; Alessandro Venuto, 24 anni;  Giovanni Venuto, 30 anni; Lorenzo Giuliani, 19 anni; Robert Scarlett, 21 anni, romeno, per il quale Il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha firmato ieri il decreto di allontanamento; Ilaria Ciancamerla, 21 anni; Valerio Pascali, 21 anni; e Stefano Conigliaro, 22 anni.
La procura ha chiesto la convalida dell’arresto di Fabrizio Filippi, 24 anni.
Tutti pischelli a cui occorre dare una risposta sensata, che valga per loro e anche per noi.

Faremo a meno del Padrone Nero.

Sid Micius non perde tempo con analisi sterili sul conflitto sociale.
Annusa l’aria e lo guida l’istinto.
Sabato 15 ottbre, Sid Micius era a Roma, il suo posto era là.
Ha visto.
Ha visto una massa immensa di sofferenti che vivono la crisi sulla propria pelle.
Li ha visti combattivi, solidali, pieni d’energia e speranza.
Disposti a farsi arrestare, picchiare, denunciare e processare per difendere il bene comune che è la nostra stessa vita, ormai.
Poi ha visto piccoli gruppi di infiltrati, c’erano anche loro con scritto sulla fronte ‘sbirri’.
Ha visto i fascisti di Colle Oppio stazionare tra via Cavour e Fori Imperiali con il volto travisato: gli amici di Alemanno.
Ma quello che gli ha fatto più male è stato vedere tanti gruppi di ‘neri’, di sedicenti compagni, che si facevano scudo del corteo per rivendicare un’urgenza.
Quella del potere.
Una donna gli urlava: “Possibile che io debba sempre stare sotto a qualcuno? Sempre sotto al potente di turno? Il capo in ufficio? E voi qui in strada? Come devo fare? Cosa devo fare per far sentire la mia voce? C’è sempre un potente che la zittisce”.
Provate a dirle qualcosa.
Loro l’hanno fatto: minacciandola con i loro bastoni, le loro armi, le loro bombe carta.
Molto più pericolosi dei celerini.
Molto più prepotenti.
Questa è la realtà: i deboli, gli umili, gli ultimi sono sempre ostaggi di pochi: ma sempre ostaggi di qualcuno.
Ed eccoli i potenti vestiti di nero.
Potenti perché violenti, armati, contro la massa, contro il popolo.
Pronti a mettersi in bocca il nome di Carlo Giuliani.
Carlo difendeva il suo corteo, non l’aggrediva.
E ditemi ‘compagni’ dov’è il legame sociale con noi altri?
Dov’è la solidarietà? Dov’é l’appartenenza?
Urgenza di potere.
Questo mostrate con i vostri sassi.
Nulla di più.
Urgenza di prevaricare il prossimo.
Rinnovando tristemente la violenza su cui si basa questo sistema maledetto.
Non cecità politica.
Non ‘compagni che sbagliano’.
Ma la futura classe dirigente e padronale.
In una parola: nemici di classe.
E così ora ci chiedono omertà, ci chiedono di continuare a nasconderli.
Nascondetevi, se ne siete capaci.
Non ci riguarda. Non è compito nostro né denunciarvi né nascondervi: solo spazzarvi via come vorremmo spazzar via ogni padrone infame.
Questo è quello che Sid Micius pensa di pancia.
Di testa, invece, sposa in pieno l’analisi fatta dai Centri Sociali delle Marche.
Niente paura dunque.
Ricominciamo da dove siamo stati interrotti.

Una canzone adatta all’occorrenza: